“E ci mettiamo una foto in bianco e nero”, mi dice il web designer. “Sì – annuisco – in bianco e nero”. “Così – prosegue – ti intimorisce meno”. E invece no. Una foto anche a colori non mi intimorirebbe. Ma in bianco e nero! Il fascino del bianco e nero. Insieme i due opposti a ritrarmi.

Un’immagine
di me
in bianco e nero
carbone sulla neve
goccia d’orzo nel latte
cacao a pioggia sulla panna montata
neo sulla pelle
accanto alle mie labbra
di carta
un’immagine
una foto
uno scatto
un istante
in bianco e nero
di me.
Me, io insomma.

Io, nata in un posto che ho visto pochissime volte nella mia vita. In estate, quando papà era in licenza, si andava dai nonni, per dieci o quindici giorni. E poi basta.
Io, nata in inverno, di marzo, sotto la neve.
“A momenti nasceva in treno, questa bambina!”, disse l’ostetrica a mia madre. E nascere in treno sarebbe stato il punto di partenza adatto alla mia storia. Una storia con un incipit che inizia da un viaggio.
Un principio in movimento con qualche fermata, la mia vita. Da un posto all’altro, in viaggio. Figlia di un militare, il papà soldato, come lo chiamo ancora, pur nel pieno rispetto suo e della sua brillante carriera. Il soldato che lasciava tutto e tutti per correre là dove si doveva. Il papà che mi salutava la mattina presto, mentre qualcuno dei nastrini sulla divisa si appoggiava sulla mia guancia. Uno in particolare, con il tricolore, portato lì, sul petto, vicino al cuore. Più vicino di me.

La mia vita, in viaggio, da un posto all’altro.

In movimento, senza radici, senza un posto di cui dire:
“Io sono di Qui”.
In giro, tra città, paesi lontani.
A conoscere. A studiare. A incontrare persone, culture, stili di vita. Sapere tante tante cose, insegnarle pure. E non riuscire a rispondere a quella domanda, la più temuta, la più imbarazzante.
“Di dove sei?”.
Non potevo certo raccontare la storia che mamma e papà avevano deciso di farmi nascere nel loro paese d’origine perché lo zio medico voleva “prendere il parto” di sua sorella Maria, mia madre appunto.
E così da Viterbo, residenza dei miei genitori, il primo marzo iniziò quel viaggio che mi avrebbe messo al mondo.

Sono nata a Massafra, un nome poi trascritto sulla mia carta di identità. Dopo appena venti giorni dalla mia nascita, i miei tornarono a Viterbo. Io con loro.
A Viterbo sono cresciuta, ho studiato. Poi Roma. Il Mondo.
Ho dato spazio a una formazione scientifica e umanistica: volevo capire e scegliere.
Tra numeri e lettere, ho scelto le lettere, senza disdegnare quei numeri che mi hanno accompagnato per tanto tempo e ancora mi accompagnano con quella razionalità che illumina il mio procedere. Affascinata dalle parole, dal loro suono, dalla loro forma, da piccolissima giocavo con i libri che erano in casa. Il mio preferito era un libro di lingua francese, con stampe coloratissime. Non sapevo leggere e guardavo le figure, i particolari, le linee scure delle parole. Più o meno nello stesso periodo in cui mi occupavo del francese scritto, stampato sui libri insomma, papà cominciò a insegnarmi qualche termine nella sua pronuncia originale. Era d’uso allora: si insegnava ai bambini piccoli, in età pre-prescolare, un mucchio di cose e poi se ne narravano i progressi. La prima espressione che imparai fu le plume rouge. Ne seguirono altre, insieme a forme più complesse e contenuti e presto divenni nota come bambina diligente e studiosa e poi divenni una brillante studentessa.
“Peccato che sia femmina”, cominciai a sentir ripetere. La divisa mi avrebbe concesso una carriera unica, se fossi stata un maschio. Ero in anticipo per la carriera militare aperta alle donne.
Io in quell’essere femmina mi trovavo bene. Era l’abito giusto per me. Ma il mondo fuori di me guardava con occhi diversi e vedeva cose differenti da quello che io vedevo o, meglio, il mondo traduceva male me e la mia vita e le cose del mondo stesso.
Capivo che percorrere la mia strada non sarebbe stato facile, ma l’ho fatto.
Ho seguito il suono delle parole, di parole straniere prima, innamorata della lingua inglese soprattutto, e poi ancor più innamorata della lingua italiana. Innamorata di civiltà diverse, apprezzata docente di lingue, letteratura, cultura. Innamorata poi di un compagno di scuola, ne sono divenuta compagna di vita. Sono diventata mamma. Desideravo mettere al mondo una bambina. Mi auguravo che fosse femmina. E così è stato.

Oggi mi occupo di scrittura. La scrittura: una passione, una scelta.

Ho ripreso la mia penna rossa, con cui scrivevo e scrivo ancora, mettendo da parte i sistemi elettronici e talvolta la mia, pure rossa, Lettera 22. L’originaria plume rouge che entrò nella mia vita quando avevo poco più di due anni. E con quella penna rossa scrivo.
Tempo fa fui invitata a presentare uno dei miei lavori, Ti racconto una donna, in una biblioteca. In quell’occasione decisi di donare dei libri. Così, tra i titoli acquistati e facendo una ricerca nel nostro fondo, ritrovai un testo che pensavo di aver smarrito, dati i molteplici spostamenti e traslochi. Mi era stato regalato da una cara amica di famiglia, professoressa di lettere.
“Tieni – mi disse – ti potrà interessare”. Avevo poco più di dieci anni. Leggendolo evidenziai alcuni vocaboli che non conoscevo ancora. E poi una frase, un’unica frase sottolineata per intero.
Un frammento
Veli bianchi e scialli neri ondeggiavano al vento
e dentro un intero universo, al femminile.
Avrei conosciuto quel vento che agitava veli e scialli.
Il vento mi avrebbe portato voci.
Di donne. Le avrei incontrate nella vita, nella storia, nella scrittura. Italiane. Straniere.
Il vento mi avrebbe portato le loro storie: i segreti, le passioni, le ferite, i sogni.
Il vento mi avrebbe sospinta, accompagnata in luoghi nuovi.
Avrei scoperto altri inimmaginabili tesori.
Di carta.
Tesoro di carta Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Il libro con il prezioso frammento, rinvenuto in occasione della mia presentazione proprio alla Biblioteca di Eboli.
Tesoro di carta una poesia scoperta tra gli inediti autografi di Rocco Scotellaro, amico fraterno di Carlo Levi. Un breve componimento colto distrattamente in un giorno prossimo al mio compleanno.
Poche parole a descrivere un luogo, messe lì, al centro di una pagina.
Avere la sensazione di conoscere quel posto. Interrogare quel foglio per capire.
Ritrovarmi tra le righe e poi nel titolo.
Massafra
Leggere tutto il componimento e restare ancor più stupita.
Assediato com’è questo piano
d’ulivi azzurri in fronte al mare,
il diruto separa Massafra
sorta sulle grotte di tufo,
c’è un silenzio di Novembre
sotto i pini di stazione.
Siamo in due a domandarci,
semmai tutti gli uomini a quest’ora
hanno preso tra i denti un pane nero.

Siamo in due…
Sapere che Levi e Scotellaro si spostavano insieme per le loro ricerche, indagini sul mondo contadino.
Con nuovi compagni di viaggio ritornare ancora a Massafra.
In un attimo.
Due luoghi a me sconosciuti, due punti si congiungevano. Dall’essere ben lontani dall’appartenermi, fuori di me, distanti si univano stretti lungo il filo di una trama preziosa. Una trama tessuta da altri. E in quella trama la mia storia.
Resto incredula per quante coincidenze ho raccolto e vado raccogliendo, stupita e commossa dal trovare, scoprire la mia vita nei luoghi, nelle cose, nelle carte di altri.
Oggi abito a Eboli.
Nella mano sinistra, si dice, portiamo segnata la vita su una linea.
Ho scoperto che la linea della mia vita corre lungo il 40° parallelo, tra due punti.
Massafra: necessaria interferenza per venire al mondo.
Eboli: punto di arrivo dove fermarsi, rimanere.
Due punti.
Su una carta di volo, seguendo un’unica direttrice.

Amo pensare, e ne sorrido, che sono nata nel titolo di una poesia, abito nel titolo di un libro, ho la vita tracciata su una carta di volo.

“Di dove sei?”
“Io sono di Qui”.
Qui, un dove di carta e inchiostro.

Eboli, 12 marzo 2021

Angela